Oggi sembra quasi impossibile immaginare un bambino italiano che abbandoni la scuola prima di aver terminato le elementari. Eppure, tornando indietro di poco più di sessant’anni, la situazione era profondamente diversa.

Nell’Italia degli anni ’60 l’istruzione stava facendo enormi progressi, ma le opportunità non erano ancora uguali per tutti. Le differenze erano particolarmente evidenti tra le zone più sviluppate del Paese e alcune aree economicamente disagiate del Sud Italia e delle isole.

L’obbligo scolastico esisteva, ma questo non significava che tutti i bambini riuscissero effettivamente a frequentare la scuola con regolarità e a completare senza difficoltà il proprio percorso.

Povertà, lavoro minorile, necessità familiari, distanza dalla scuola e condizioni delle campagne potevano interferire con l’istruzione.

Per capire com’era la scuola nel Sud Italia negli anni ’60 bisogna quindi dimenticare per un momento l’immagine romantica fatta soltanto di grembiuli, fiocchi, calamai e maestre severe.

Dietro quella fotografia esisteva una realtà sociale molto più complessa.

Negli anni ’60 tutti i bambini finivano le elementari?

No.

L’Italia aveva già introdotto da tempo l’obbligo scolastico, ma l’applicazione concreta non era uniforme.

Esistevano bambini che frequentavano regolarmente tutte le classi elementari e proseguivano gli studi, ma anche ragazzi che accumulavano assenze, ripetevano uno o più anni oppure abbandonavano precocemente la scuola.

Il problema riguardava soprattutto le famiglie economicamente più fragili e alcune zone rurali.

Per questo ancora oggi, parlando con persone appartenenti alle generazioni più anziane, può capitare di ascoltare frasi come:

“Ho fatto fino alla terza elementare.”

“Ho frequentato solo qualche anno.”

“Ho lasciato la scuola per andare a lavorare.”

Non erano necessariamente casi isolati.

Perché alcuni bambini lasciavano la scuola?

Una delle ragioni principali era la povertà.

L’Italia degli anni Sessanta viene spesso ricordata attraverso il boom economico, le automobili, la televisione e gli elettrodomestici che entravano progressivamente nelle case.

Ma il benessere non arrivò contemporaneamente in tutto il Paese.

In alcune famiglie il contributo lavorativo di ogni componente era ancora importante.

Un bambino abbastanza grande da aiutare nei campi, badare agli animali, svolgere commissioni o imparare un mestiere poteva rappresentare una risorsa per la famiglia.

Continuare gli studi significava invece rinunciare almeno temporaneamente a quel contributo.

Bambini al lavoro invece che a scuola

Il lavoro minorile rappresenta uno degli aspetti meno nostalgici dell’Italia del passato.

I bambini potevano aiutare i genitori nei lavori agricoli oppure avvicinarsi molto presto a botteghe e attività artigianali.

Non sempre si trattava di un lavoro formalmente riconosciuto.

Spesso era semplicemente considerato “aiutare la famiglia”.

Per un bambino che viveva in una famiglia contadina, per esempio, partecipare alle attività agricole poteva essere considerato del tutto normale.

In determinati periodi dell’anno le necessità lavorative della famiglia potevano avere la precedenza sulla frequenza scolastica.

La scuola nelle campagne del Sud Italia

La situazione delle grandi città non deve essere confusa con quella delle campagne e dei piccoli centri.

Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo o Bari offrivano condizioni molto diverse rispetto a quelle di un piccolo paese isolato.

Nelle aree rurali raggiungere fisicamente la scuola poteva rappresentare una difficoltà.

Non esisteva l’organizzazione dei trasporti scolastici alla quale siamo abituati oggi e alcune famiglie vivevano lontano dai centri abitati.

Le condizioni degli edifici scolastici potevano inoltre essere molto differenti.

Le pluriclassi

Una delle immagini caratteristiche della scuola rurale italiana era quella della pluriclasse.

In alcune piccole scuole un unico maestro poteva trovarsi a insegnare contemporaneamente a bambini appartenenti a classi differenti.

Mentre alcuni alunni svolgevano un esercizio, il maestro spiegava un argomento agli altri.

Era una necessità legata al numero ridotto di bambini e alla distribuzione della popolazione sul territorio.

Per molte persone nate nei piccoli paesi, quella pluriclasse rappresentò comunque la prima vera possibilità di ricevere un’istruzione.

Com’era una scuola elementare negli anni ’60?

Le aule erano generalmente molto più essenziali rispetto a quelle contemporanee.

Il centro della lezione era rappresentato dalla lavagna nera con il gesso.

I bambini sedevano su banchi spesso di legno, disposti in file rivolte verso la cattedra.

Computer, LIM e strumenti digitali erano naturalmente impensabili.

I protagonisti erano quaderni, libri, penne, matite, calamai e sussidi didattici tradizionali.

Alle pareti potevano esserci carte geografiche, immagini storiche e materiale educativo.

In molte scuole era presente anche il crocifisso.

Il grembiule

Il grembiule scolastico è uno dei simboli più forti della scuola di quell’epoca.

Proteggeva i vestiti ma contribuiva anche a rendere meno evidenti le differenze nell’abbigliamento tra bambini appartenenti a famiglie con disponibilità economiche molto diverse.

Fiocco e colletto completavano spesso la divisa.

Ancora oggi le fotografie scolastiche degli anni Cinquanta e Sessanta mostrano intere classi di bambini vestiti in maniera molto simile.

Si dava del Lei alla maestra?

Il rapporto con gli adulti era generalmente molto più formale di quello attuale.

Il maestro e la maestra rappresentavano vere e proprie figure di autorità.

In diversi contesti era normale rivolgersi all’insegnante utilizzando formule rispettose come “signor maestro” o “signora maestra” e poteva essere utilizzato anche il Lei.

Non bisogna però trasformare questa consuetudine in una regola valida per ogni scuola italiana.

Le abitudini linguistiche cambiavano a seconda del territorio, della famiglia e dell’insegnante.

Ciò che appare evidente è la maggiore distanza tra adulto e bambino.

Il maestro non era considerato semplicemente una persona più grande con la quale parlare infor

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