
La scuola elementare negli anni ’60 era molto diversa da quella frequentata oggi dai bambini italiani. Non erano differenti soltanto i libri, i quaderni o le aule: era soprattutto il rapporto tra alunni e insegnanti a essere caratterizzato da una maggiore formalità.
Il maestro e la maestra rappresentavano figure autorevoli e il bambino era educato a mostrare rispetto attraverso il comportamento e persino attraverso il linguaggio.
In molte realtà scolastiche ci si rivolgeva all’insegnante usando formule molto formali e poteva essere utilizzato anche il “Lei”: “Maestra, può spiegarmelo di nuovo?”, “Signor maestro, posso uscire?”.
Una distanza che oggi può sembrare insolita, ma che racconta bene la scuola e, più in generale, la società italiana dell’epoca.
Come si presentava un’aula delle elementari negli anni ’60?
Entrando idealmente in una scuola elementare italiana degli anni Sessanta avremmo trovato un ambiente generalmente molto più essenziale rispetto a quello odierno.
Niente LIM, computer o tablet.
Al centro dell’aula c’erano i banchi, spesso di legno e frequentemente disposti ordinatamente in file rivolte verso la cattedra.
Davanti agli alunni dominavano la lavagna nera e il gesso.
La cattedra rappresentava anche simbolicamente il ruolo dell’insegnante: il maestro spiegava e interrogava, mentre gli alunni erano chiamati soprattutto ad ascoltare, imparare e ripetere.
Alle pareti potevano essere presenti carte geografiche, cartelloni didattici e immagini legate alla storia e alla vita civile e religiosa del Paese.
Il grembiule era uno dei simboli della scuola
Uno dei ricordi più comuni della scuola elementare di quel periodo è il grembiule.
Il suo utilizzo poteva variare da scuola a scuola, ma era diffusissimo e aveva anche la funzione pratica di proteggere i vestiti.
Fiocchi e colletti completavano spesso l’abbigliamento scolastico.
Per moltissimi bambini il grembiule diventava quindi una sorta di uniforme quotidiana.
Era inoltre un’Italia nella quale le differenze economiche tra le famiglie potevano essere molto evidenti: indossare un abbigliamento scolastico simile contribuiva almeno esteriormente a renderle meno visibili.
Si dava davvero del “Lei” alla maestra?
È uno degli aspetti che oggi incuriosiscono maggiormente.
Sì, in molte scuole e famiglie era normale educare i bambini a rivolgersi agli adulti e agli insegnanti in maniera decisamente più formale rispetto a oggi.
Poteva quindi essere utilizzato il “Lei”, accompagnato da formule come “signor maestro” o “signora maestra”.
Non bisogna però immaginare una regola nazionale applicata nello stesso identico modo in ogni classe italiana.
Le abitudini cambiavano in base alla zona geografica, all’ambiente sociale, alla scuola e soprattutto all’insegnante.
In alcune realtà era sufficiente chiamare l’insegnante “maestro” o “maestra”; in altre il linguaggio era molto più formale.
Il dato interessante è soprattutto un altro: tra bambino e insegnante esisteva una distanza sociale molto più marcata di quella attuale.
Perché si dava del Lei agli insegnanti?
Bisogna considerare il contesto sociale degli anni Sessanta.
Il “Lei” non riguardava esclusivamente la scuola.
I bambini venivano generalmente educati a mostrare una certa deferenza verso gli adulti: insegnanti, medici, sacerdoti, autorità e persone poco conosciute.
Dare immediatamente del “tu” a un adulto estraneo poteva essere considerato maleducato.
La scuola rifletteva quindi le regole sociali dell’epoca.
Il maestro non era visto soltanto come la persona incaricata di insegnare italiano e matematica.
Era una vera autorità educativa.
Il maestro aveva un’autorità molto maggiore
Il rapporto tra famiglia e scuola era profondamente diverso.
Oggi i genitori dialogano continuamente con gli insegnanti e non è raro che contestino un voto, una nota o un provvedimento disciplinare.
Negli anni Sessanta l’autorità dell’insegnante veniva generalmente messa in discussione molto meno apertamente.
Quando un bambino tornava a casa con una nota o raccontava di essere stato rimproverato, non era affatto scontato che il genitore prendesse immediatamente le sue difese.
Spesso avveniva esattamente il contrario.
“Che cosa hai combinato?” era probabilmente una domanda più frequente di “Che cosa ti ha fatto la maestra?”.
Naturalmente le famiglie erano diverse anche allora, ma culturalmente il ruolo dell’insegnante godeva di una forte autorevolezza.
La disciplina nella scuola degli anni ’60
Le classi erano generalmente caratterizzate da una disciplina più rigida.
Durante la spiegazione si doveva rimanere seduti, parlare poco e chiedere il permesso prima di intervenire.
Alzarsi senza autorizzazione, disturbare o rispondere male all’insegnante poteva comportare una punizione.
Esistevano note, richiami e compiti aggiuntivi.
In alcune scuole sopravvivevano inoltre pratiche disciplinari che oggi sarebbero considerate inaccettabili.
Il ricorso a umiliazioni o punizioni fisiche appartiene ai ricordi scolastici di una parte degli italiani cresciuti in quell’epoca, anche se non sarebbe corretto sostenere che tutti gli insegnanti utilizzassero questi metodi.
Le bacchettate sulle mani
Uno dei racconti più ricorrenti riguarda la bacchetta sulle mani.
Alcuni insegnanti la utilizzavano come punizione per comportamenti considerati scorretti o per gravi mancanze disciplinari.
Altri ricordi riguardano bambini costretti a rimanere in piedi, dietro la lavagna o in altre posizioni punitive.
Erano metodi legati a un modello educativo nel quale disciplina e obbedienza avevano un peso enorme.
Oggi una punizione fisica da parte di un insegnante sarebbe ovviamente incompatibile con il rapporto educativo e con la tutela del bambino.
Come si scriveva?
Carta e penna erano protagoniste assolute.
I bambini imparavano con grande attenzione la scrittura corsiva.
La bella grafia aveva un’importanza considerevole.
Quaderni ordinati, margini rispettati e lettere ben tracciate potevano concorrere alla valutazione del lavoro dell’alunno.
Nella prima fase della scuola si imparava progressivamente a utilizzare gli strumenti di scrittura e la penna stilografica rimase a lungo un oggetto familiare agli studenti.
Le macchie d’inchiostro sul quaderno erano uno degli inconvenienti tipici.
Il calamaio nei vecchi banchi
Molti vecchi banchi scolastici possedevano ancora il caratteristico foro destinato al calamaio.
L’evoluzione degli strumenti di scrittura fu naturalmente graduale e non tutte le scuole italiane si modernizzarono contemporaneamente.
Per questo i ricordi di chi frequentò le elementari all’inizio degli anni Sessanta possono essere diversi da quelli di chi iniziò la scuola alla fine del decennio.
L’Italia stava cambiando molto rapidamente.
Cosa si studiava alle elementari?
Le materie fondamentali erano quelle che ancora oggi costituiscono la base dell’istruzione primaria: italiano, matematica, storia, geografia, scienze e attività espressive.
Grande importanza veniva attribuita alla lettura, alla scrittura, alla grammatica e al calcolo.
Si facevano dettati, temi, riassunti, problemi e tabelline.
La memorizzazione aveva un ruolo molto importante.
Poesie, definizioni e tabelline venivano spesso imparate a memoria e successivamente ripetute davanti all’insegnante.
Le tabelline dovevano essere imparate a memoria
Per generazioni di bambini le tabelline rappresentarono uno dei grandi appuntamenti della scuola elementare.
Si studiavano e si ripetevano fino a quando non diventavano automatiche.
L’interrogazione poteva avvenire oralmente.
Il maestro pronunciava l’operazione e l’alunno doveva rispondere rapidamente.
Anche l’apprendimento delle poesie seguiva spesso una metodologia basata sulla ripetizione e sulla memoria.
Il dettato
Un altro grande classico era il dettato.
L’insegnante leggeva lentamente un testo e gli alunni dovevano trascriverlo correttamente.
Serviva a verificare ortografia, punteggiatura, attenzione e capacità di scrittura.
Gli errori venivano corretti, spesso con la celebre penna rossa.
Il quaderno diventava così una testimonianza molto visibile dei progressi e delle difficoltà del bambino.
La pagella e i voti
La valutazione aveva un’importanza notevole e il momento della pagella era vissuto con grande partecipazione dalle famiglie.
La scuola era inoltre più selettiva rispetto a quella odierna.
La bocciatura alle elementari era una possibilità concreta.
Ripetere l’anno non aveva quindi il carattere eccezionale che avrebbe oggi nella scuola primaria.
Maschi e femmine studiavano insieme?
La risposta dipende dal periodo e dalla scuola.
Negli anni Sessanta erano ancora presenti classi maschili e classi femminili separate, anche se la situazione cambiò progressivamente.
La scuola italiana del decennio si trovava infatti nel mezzo di una profonda trasformazione.
Anche l’educazione poteva risentire di una visione dei ruoli maschili e femminili molto più tradizionale di quella contemporanea.
La religione nella scuola elementare
La religione cattolica aveva una presenza molto più evidente nella vita scolastica e sociale dell’Italia dell’epoca.
Bisogna ricordare che si trattava di un Paese nel quale la Chiesa cattolica esercitava ancora una fortissima influenza culturale.
Preghiere, festività religiose e insegnamento della religione facevano parte dell’esperienza scolastica di moltissimi bambini.
Anche in questo caso le esperienze concrete potevano variare tra scuole e territori.
Il maestro unico
Un’altra grande differenza rispetto alla scuola primaria contemporanea era rappresentata dal ruolo centrale del maestro o della maestra.
Per il bambino quella persona diventava il riferimento fondamentale della vita scolastica.
Trascorrere diversi anni con lo stesso insegnante poteva creare un rapporto molto forte.
Ed è anche per questo che molti anziani ricordano ancora oggi perfettamente il nome della propria maestra delle elementari.
Il maestro nei piccoli paesi
Nei piccoli centri la figura dell’insegnante poteva avere un prestigio sociale ancora maggiore.
Il maestro era una persona istruita e conosciuta dalla comunità.
Insieme al medico, al parroco e ad altre figure di riferimento, poteva rappresentare una delle personalità culturalmente più autorevoli del paese.
Questo contribuiva ulteriormente alla deferenza con cui gli alunni erano educati a rivolgersi all’insegnante.
Non tutte le scuole erano uguali
Quando parliamo della scuola degli anni Sessanta dobbiamo evitare di immaginarla come una realtà uniforme.
Esistevano differenze enormi tra Nord e Sud, città e campagne, quartieri benestanti e zone povere.
L’Italia stava vivendo gli anni del boom economico, ma le condizioni sociali rimanevano molto differenti.
In alcune zone rurali esistevano ancora pluriclassi, nelle quali bambini di età differenti potevano condividere lo stesso ambiente e lo stesso insegnante.
La grande trasformazione della scuola italiana
Gli anni Sessanta furono però anche un periodo fondamentale per la democratizzazione dell’istruzione.
L’Italia stava cambiando: industrializzazione, urbanizzazione e crescita economica modificavano la società.
Un passaggio storico fu la riforma del 1962, che istituì la scuola media unica obbligatoria.
La possibilità di continuare gli studi cominciava così ad allargarsi a fasce della popolazione che in precedenza avevano avuto opportunità molto più limitate.
La scuola non era più destinata soltanto a trasmettere conoscenze di base: diventava progressivamente uno degli strumenti della mobilità sociale.
Era davvero una scuola migliore?
È facile guardare alla scuola degli anni Sessanta con nostalgia.
Molti ricordano positivamente la disciplina, l’autorevolezza degli insegnanti, l’importanza attribuita alla scrittura, alla grammatica e alla memorizzazione.
Ma sarebbe sbagliato idealizzarla.
Accanto agli aspetti ricordati con affetto esistevano rigidità, differenze sociali molto profonde, metodi disciplinari oggi inaccettabili e una scuola più selettiva.
La scuola contemporanea ha invece sviluppato una maggiore attenzione alle esigenze individuali del bambino, alle difficoltà di apprendimento, all’inclusione e al benessere psicologico.
Sono semplicemente due modi molto diversi di concepire l’educazione.
Dal “Lei” al rapporto più informale di oggi
Forse proprio il linguaggio permette di comprendere meglio il cambiamento.
Il bambino degli anni Sessanta poteva rivolgersi all’insegnante dicendo:
“Signora maestra, posso andare alla lavagna?”
Oppure:
“Maestra, posso uscire?”
In determinati contesti utilizzava il “Lei”.
Oggi il rapporto tra alunno e insegnante della primaria è generalmente molto più spontaneo e informale.
Il maestro conserva naturalmente il proprio ruolo educativo, ma la distanza simbolica tra adulto e bambino si è ridotta enormemente.
Non significa necessariamente che prima ci fosse più rispetto o che oggi ce ne sia meno.
È cambiato il modo di esprimerlo.
La scuola elementare degli anni ’60 nei ricordi degli italiani
Banchi di legno, grembiuli, fiocchi, lavagna nera, gesso, penne, quaderni, cartelle, dettati e tabelline.
Sono immagini che appartengono alla memoria di un’intera generazione.
Ma dietro questi oggetti c’era soprattutto una concezione differente dell’autorità.
La maestra non era un’adulta con la quale il bambino si rapportava quasi alla pari: rappresentava l’istituzione scolastica e il linguaggio doveva sottolineare quella distanza.
Per questo anche il “Lei” rivolto all’insegnante, laddove veniva utilizzato, non era un semplice vezzo linguistico.
Era il riflesso di un’Italia nella quale i rapporti tra bambini e adulti erano molto più formali.
In appena sessant’anni la scuola è cambiata radicalmente.
E forse è proprio immaginando un bambino in grembiule, seduto composto dietro un banco di legno mentre alza la mano e domanda rispettosamente alla maestra il permesso di parlare, che possiamo capire quanto sia cambiato non soltanto il modo di andare a scuola, ma l’intera società italiana.

































