
Gli immigrati extracomunitari erano disposti a pagare ingenti somme di denaro per ottenere un permesso valido per entrare o soggiornare in Italia.
Ogni lavoratore versava fino a 7.000 euro per ottenere i documenti necessari.
L’inchiesta ha preso in esame almeno 2.000 pratiche, mentre sono 36 le persone coinvolte nelle misure cautelari. L’indagine, condotta dalla Procura di Salerno, ha messo in luce un sistema di richieste fittizie di nulla osta al lavoro.
L’attenzione, soprattutto a livello politico, si è concentrata sul ruolo di Nicola Salvati, uno degli arrestati, residente a Poggiomarino, in provincia di Napoli. Salvati, che è stato vicesindaco della città tra il 2016 e il 2020 e successivamente consigliere di opposizione, ricopriva anche l’incarico di tesoriere del Partito Democratico. A seguito dell’inchiesta, il commissario regionale del partito, Antonio Misiani, lo ha rimosso dall’incarico, sostituendolo con il tesoriere nazionale Michele Fina. La vicenda ha acceso un acceso dibattito tra maggioranza e opposizione, con la premier Giorgia Meloni che, senza citarlo direttamente, ha evidenziato come la gestione dei flussi migratori possa prestarsi a fenomeni criminali.
L’inchiesta è partita a seguito di un’anomala impennata di richieste di nulla osta per il lavoro provenienti dalla Campania, attirando l’attenzione degli investigatori.
Click Days
Secondo la magistratura, il gruppo criminale avrebbe organizzato e mantenuto in funzione una rete stabile di persone e risorse finalizzata a favorire l’ingresso e la permanenza illegale di cittadini extracomunitari. Il sistema operava nell’ambito dei cosiddetti “click days“, i giorni in cui a livello nazionale è possibile presentare le richieste di permesso di lavoro, grazie alla complicità di professionisti, intermediari e datori di lavoro conniventi. A capo dell’organizzazione, secondo gli inquirenti, c’era Raffaele Nappi, ritenuto l’ideatore e promotore del sistema illecito.
Le oltre 300 pagine dell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari di Salerno, Giovanni Rossi, evidenziano il coinvolgimento di Nicola Salvati e di suo padre Giovanni. I due, titolari di uno studio di commercialisti, avrebbero avuto il compito di predisporre e modificare documenti falsi per facilitare la presentazione e l’approvazione delle richieste, oltre a fornire istruzioni ai datori di lavoro compiacenti su come correggere le irregolarità. Inoltre, si sarebbero occupati della creazione di false fatture.
Secondo le indagini, questo sistema aveva lo scopo di gonfiare artificialmente il volume d’affari delle aziende coinvolte, in modo da rendere più credibili le richieste relative ai decreti flussi e all’emersione dei lavoratori irregolari. Inoltre, il meccanismo serviva al riciclaggio dei proventi illeciti. Le intercettazioni raccolte dagli investigatori confermerebbero il coinvolgimento continuativo e attivo di Nicola e Giovanni Salvati nella vicenda.

































