
L’egosurfing è la pratica di cercare il proprio nome e cognome su Google o su altri motori di ricerca per scoprire quali informazioni personali sono disponibili online. Viene chiamato anche “self-googling”, “ego searching” o, in maniera più ironica, “narcisismo digitale”.
In passato era considerato soprattutto un comportamento dettato dalla curiosità o dal desiderio di controllare la propria popolarità. Oggi, invece, cercare se stessi sul Web può essere un’attività utile per conoscere la propria identità digitale, individuare informazioni sbagliate e proteggere la reputazione personale o professionale.
Che cosa significa egosurfing?
Il termine nasce dall’unione delle parole inglesi “ego” e “surfing” e indica letteralmente la navigazione online alla ricerca di informazioni su se stessi. La pratica consiste nell’inserire il proprio nome, cognome, soprannome o pseudonimo in un motore di ricerca e analizzare i risultati ottenuti.
L’egosurfing non riguarda soltanto personaggi famosi, politici, influencer o professionisti. Chiunque utilizzi Internet può lasciare una traccia digitale formata da profili social, fotografie, commenti, recensioni, documenti, partecipazioni a eventi e citazioni pubblicate da altre persone.
Anche chi non pubblica frequentemente potrebbe trovare online informazioni che non ricordava più o che non aveva mai autorizzato direttamente.
Perché cerchiamo il nostro nome su Google?
Le motivazioni possono essere diverse. Alcune persone lo fanno per semplice curiosità, altre vogliono sapere come vengono percepite da colleghi, clienti o potenziali datori di lavoro.
Tra le ragioni più frequenti troviamo:
- controllare quali informazioni appaiono pubblicamente;
- verificare la propria reputazione professionale;
- individuare vecchi profili o account dimenticati;
- scoprire fotografie pubblicate da terzi;
- trovare commenti, recensioni o citazioni;
- verificare l’esistenza di omonimi;
- riconoscere eventuali profili falsi;
- individuare dati personali esposti;
- controllare possibili casi di furto d’identità.
Cercare occasionalmente il proprio nome non rappresenta necessariamente una forma di narcisismo. Può essere una normale misura di controllo della propria presenza digitale.
Egosurfing e reputazione online
La reputazione online è l’immagine che una persona, un professionista o un’azienda trasmette attraverso le informazioni disponibili sul Web. Non dipende soltanto da ciò che viene pubblicato direttamente, ma anche dai contenuti condivisi da altre persone.
Una vecchia fotografia, un commento scritto molti anni prima o una notizia non aggiornata potrebbero comparire tra i primi risultati associati al proprio nome. In alcuni casi, queste informazioni possono influenzare rapporti personali, opportunità lavorative e credibilità professionale.
Un selezionatore, un cliente o un collaboratore potrebbe effettuare la stessa ricerca prima di prendere una decisione. Per questo motivo l’egosurfing può diventare una forma semplice di monitoraggio della reputazione digitale.
Come fare egosurfing correttamente
Digitare semplicemente il proprio nome su Google non sempre offre un quadro completo. Per effettuare un controllo più approfondito è utile procedere con ordine.
Cercare nome e cognome tra virgolette
Inserendo il nome completo tra virgolette, per esempio “Mario Rossi”, il motore di ricerca cercherà quella precisa combinazione di parole. In questo modo è possibile limitare i risultati non pertinenti.
Provare diverse varianti
È consigliabile effettuare più ricerche utilizzando:
- nome e cognome;
- secondo nome;
- iniziale del nome e cognome;
- eventuale soprannome;
- pseudonimo utilizzato online;
- nome seguito dalla città;
- nome associato alla professione;
- indirizzo e-mail;
- numero di telefono, quando si teme che sia stato pubblicato.
Chi possiede un’attività può cercare anche il nome dell’azienda, del sito o del marchio.
Controllare immagini, video e notizie
Non bisogna limitarsi ai normali risultati testuali. Le sezioni dedicate a immagini, video e notizie possono mostrare fotografie, interviste, vecchi articoli o contenuti ripubblicati su altri siti.
Una fotografia eliminata da un social network potrebbe essere ancora visibile perché copiata altrove o conservata nella pagina di un altro utente.
Usare la navigazione in incognito
I risultati di ricerca possono essere influenzati dalla posizione geografica, dall’account utilizzato e dalla cronologia personale. Effettuare la ricerca in modalità privata o in incognito consente di ottenere una visione meno condizionata dalle proprie abitudini.
Anche in questo caso i risultati non saranno completamente neutrali, ma potranno risultare più simili a quelli visualizzati da una persona che non conosce direttamente l’utente cercato.
Controllare i principali social network
L’egosurfing comprende anche la ricerca manuale sui social network. È utile verificare Facebook, Instagram, TikTok, LinkedIn, X e le altre piattaforme utilizzate, cercando il proprio nome e controllando eventuali profili duplicati.
Quali problemi può rivelare?
La ricerca del proprio nome può portare alla luce situazioni molto diverse. Tra quelle più importanti troviamo:
- profili falsi creati utilizzando fotografie personali;
- indirizzo di casa o numero di telefono visibili;
- vecchi account ancora pubblici;
- fotografie imbarazzanti o pubblicate senza consenso;
- informazioni professionali non aggiornate;
- recensioni false;
- dati personali presenti in documenti indicizzati;
- omonimia con persone coinvolte in fatti negativi;
- contenuti manipolati mediante intelligenza artificiale;
- tentativi di truffa o impersonificazione.
La diffusione degli strumenti di intelligenza artificiale rende ancora più importante controllare periodicamente immagini, video e testi associati al proprio nome. Una fotografia può essere modificata, mentre voce e volto possono essere utilizzati per creare falsi contenuti apparentemente credibili.
L’egosurfing può diventare un’ossessione?
Controllare periodicamente la propria presenza digitale può essere utile. Il comportamento diventa problematico quando la ricerca viene ripetuta compulsivamente, più volte al giorno, provocando ansia o condizionando l’autostima.
Il numero di risultati ottenuti non misura il valore personale. Inoltre, i motori di ricerca stabiliscono l’ordine dei contenuti attraverso algoritmi che valutano numerosi elementi e non rappresentano necessariamente l’opinione generale su una persona.
Bisogna prestare attenzione se l’egosurfing porta a:
- controllare continuamente il proprio nome;
- provare forte agitazione per ogni nuova citazione;
- cercare approvazione attraverso la quantità dei risultati;
- rispondere impulsivamente a critiche o commenti;
- trascurare attività quotidiane e relazioni;
- confrontare ossessivamente la propria popolarità con quella degli altri.
In questi casi può essere utile ridurre la frequenza dei controlli e, se il comportamento genera un disagio importante, parlarne con un professionista.
Come eliminare informazioni personali da Google
Trovare un’informazione indesiderata su Google non significa che il motore di ricerca ne sia necessariamente l’autore. Google mostra generalmente contenuti pubblicati su siti esterni.
Il primo passo consiste quindi nell’individuare il sito che ospita l’informazione e contattare il proprietario o il responsabile della pagina, chiedendo la cancellazione o la correzione del contenuto.
La rimozione dalla pagina originale è diversa dalla deindicizzazione. Nel primo caso il contenuto viene eliminato dal sito; nel secondo può restare online, ma non compare più tra i risultati ottenuti cercando determinate parole, come il nome dell’interessato.
Google permette di richiedere la rimozione dai risultati di alcune informazioni personali, come indirizzo, numero di telefono, e-mail, dati finanziari, credenziali e documenti riservati. La richiesta viene comunque valutata e non comporta una cancellazione automatica.
Egosurfing e diritto all’oblio
Il diritto all’oblio consente, in determinate circostanze, di chiedere la cancellazione dei propri dati personali oppure la deindicizzazione di specifici risultati associati al proprio nome.
Secondo il Garante per la protezione dei dati personali, il diritto all’oblio rappresenta una forma rafforzata del diritto alla cancellazione previsto dall’articolo 17 del Regolamento europeo sulla protezione dei dati.
Non è però un diritto assoluto. La richiesta deve essere valutata tenendo conto di fattori come attualità della notizia, interesse pubblico, ruolo della persona coinvolta, accuratezza delle informazioni e libertà di informazione.
La deindicizzazione, inoltre, non equivale sempre all’eliminazione dell’articolo originale. La pagina può continuare a esistere, ma diventare più difficile da trovare attraverso una ricerca basata sul nome.
Come proteggere la propria identità digitale
Dopo aver controllato i risultati, è utile mettere in pratica alcune precauzioni:
- rendere privati gli account che non devono essere pubblici;
- eliminare i profili inutilizzati;
- aggiornare informazioni professionali e biografie;
- utilizzare password diverse e complesse;
- attivare l’autenticazione a due fattori;
- evitare di pubblicare indirizzo, documenti e dati sensibili;
- controllare periodicamente i tag nelle fotografie;
- segnalare immediatamente gli account falsi;
- chiedere la correzione delle informazioni inesatte;
- impostare notifiche per le nuove citazioni del proprio nome.
Per professionisti e aziende può essere utile pubblicare contenuti aggiornati e autorevoli. Un sito personale, un profilo LinkedIn curato o una pagina professionale possono contribuire a offrire una rappresentazione più precisa della propria attività.
Con quale frequenza cercare il proprio nome?
Non esiste una frequenza valida per tutti. Per un normale utente può essere sufficiente effettuare un controllo ogni due o tre mesi. Professionisti, aziende, personaggi pubblici e persone esposte mediaticamente potrebbero aver bisogno di verifiche più frequenti.
Il controllo dovrebbe essere più approfondito quando:
- si cerca un nuovo lavoro;
- si avvia un’attività;
- si partecipa a un evento pubblico;
- si subisce un furto di account;
- compare un profilo falso;
- si sospetta la diffusione di dati personali;
- si è coinvolti in una controversia online.
Egosurfing: curiosità o strumento di protezione?
L’egosurfing nasce come ricerca di se stessi su Internet, ma oggi può rappresentare un’importante pratica di consapevolezza digitale. Conoscere le informazioni associate al proprio nome permette di correggere errori, individuare rischi e curare la reputazione online.
L’importante è mantenere un approccio equilibrato. Cercarsi sul Web non deve diventare una misura del proprio valore né un comportamento ossessivo. Se utilizzato con moderazione, l’egosurfing può aiutare a capire quale immagine di noi conserva Internet e a intervenire quando quella rappresentazione è falsa, incompleta o pericolosa.

































