Il programma Le Iene , attraverso il servizio della bravissima Nadia Toffa, ha messo in luce un problema non da poco che riguarda i medici italiani.
Molti , per non incorrere in problemi legali, preferiscono porre in essere la medicina difensiva.

Cos’è la medicina difensiva?

Essa consiste nella pratica di misure terapeutiche alternative a operazioni che dovrebbero essere fatte sul paziente e che avrebbero più efficacia ma più rischio di non riuscita.
Dopo il servizio andato in onda su Italia 1 , non sono mancati commenti da parte dei fans del programma e , sulla pagina Facebook delle Iene, la gente ha espresso il proprio parere.

Ecco alcuni commenti:

-La colpa non è dei medici ma NOSTRA. Siamo noi che al giorno d’oggi siamo pronti a denunciare ogni singola cosa. Non vediamo l’ora di fare soldi facili. La scuola ne è un altro esempio, dove i professori SUBISCONO (per paura di denunce) e gli alunni fanno quello che vogliono. Poi ci domandiamo perché siamo un popolo di ignoranti.
Certo che se un medico ti opera il rene destro al posto del sinistro è un’altra storia!

-una persona con laurea in medicina, ottenuta SPUTANDO SANGUE SUI LIBRI e che anche dopo essere diventato medico e aver trovato lavoro in un ospedale o in una clinica, continua a STUDIARE e ad aggiornarsi su questo o quello, non dovrebbe temere NULLA. Premesso che durante un intervento chirurgico, può accadere qualsiasi cosa anche in maniera involontaria, non è che qualcuno è cosciente che i suoi 30 agli esami se li è guadagnati con una mazzetta o con una raccomandazione?! Magari mi sbaglio ma sento puzza di coda di paglia…il fatto di finire eventualmente denunciati a me sembra tanto una scusa per coprire l’incompetenza.

-Finalmente qualcuno che capisce qualcosa! Diego,ti parlo da studentessa di medicina che vorrebbe fare il chirurgo,io sinceramente ci penso a queste cose! Hai ragione un medico non dovrebbe avere paura,ma se la gente è pronta a denunciare anche quando la colpa non è del medico(perché si sa le fatalità possono accadere,ci possono essere complicanze ecc) cosa si dovrebbe fare? Le persone pensano che i medici siano come dio sceso in terra e che non possano sbagliare nulla,ma non è cosi.. SIAMO UMANI ANCHE NOI,ricordatevelo.

– Ma infatti i medici dovrebbero rispondere dei danni derivanti da non aver saputo applicare le “prassi mediche” e il “sapere scientifico” , e non per aver cercato di innovare il mondo della sanità con nuove tecniche! Altrimenti così facendo si andrebbe a contrastare il progresso scientifico e tecnologico di un intero paese.

medicina difensiva

Medicina difensiva: significato, cause, conseguenze e normativa

La medicina difensiva comprende l’insieme delle decisioni cliniche adottate dal professionista sanitario non esclusivamente nell’interesse diagnostico o terapeutico del paziente, ma anche con l’obiettivo di ridurre il rischio di contestazioni, richieste di risarcimento o procedimenti giudiziari.

Può manifestarsi attraverso la prescrizione di esami non strettamente necessari, il ricorso eccessivo a consulenze specialistiche, il ricovero prudenziale oppure il rifiuto di prendere in carico pazienti considerati troppo complessi o rischiosi.

Il fenomeno nasce spesso dalla paura dell’errore e delle sue conseguenze legali, ma può produrre effetti negativi sia sulla qualità dell’assistenza sia sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale.

Che cos’è la medicina difensiva?

Un medico dovrebbe scegliere esami e trattamenti in base alle condizioni del paziente, alle prove scientifiche disponibili e al rapporto tra benefici e rischi.

Si parla invece di medicina difensiva quando la principale motivazione della decisione diventa la tutela del professionista da possibili accuse. L’esame non viene quindi richiesto perché realmente utile, ma per poter dimostrare di aver svolto ogni controllo immaginabile.

Non tutte le precauzioni rappresentano medicina difensiva. In molti casi richiedere un approfondimento diagnostico è necessario per escludere una patologia grave. La differenza risiede nell’appropriatezza della prestazione e nella ragione clinica che la giustifica.

Medicina difensiva positiva e negativa

Il fenomeno viene generalmente distinto in due categorie.

Medicina difensiva positiva

La medicina difensiva positiva, chiamata anche attiva, consiste nell’aggiungere esami, procedure, ricoveri o consulenze principalmente per proteggersi da una futura contestazione.

Alcuni esempi sono:

  • prescrivere numerosi esami anche quando la probabilità di malattia è molto bassa;
  • richiedere una consulenza specialistica non indispensabile;
  • prolungare un ricovero senza una precisa necessità clinica;
  • ripetere accertamenti già effettuati;
  • scegliere un trattamento più invasivo perché ritenuto più difendibile;
  • compilare una documentazione eccessiva senza una reale utilità assistenziale.

Queste decisioni possono trasmettere al paziente l’impressione di ricevere un’assistenza particolarmente scrupolosa. In realtà, eseguire più esami non significa automaticamente ricevere cure migliori.

Medicina difensiva negativa

La medicina difensiva negativa, detta anche omissiva, consiste nell’evitare situazioni considerate particolarmente rischiose dal punto di vista professionale e legale.

Può manifestarsi attraverso:

  • rifiuto di pazienti complessi;
  • trasferimenti non strettamente necessari;
  • rinuncia a interventi ad alto rischio;
  • esclusione di persone con molte patologie;
  • scelta di non eseguire procedure innovative;
  • interruzione anticipata del rapporto professionale.

Questa forma può limitare l’accesso alle cure proprio per i pazienti più fragili e difficili da trattare.

Perché i medici ricorrono alla medicina difensiva?

La medicina difensiva non dipende da un’unica causa. Alla sua diffusione possono contribuire fattori professionali, giuridici, organizzativi e culturali.

Paura delle cause legali

Il timore di una denuncia o di una richiesta di risarcimento può condizionare le decisioni. Anche quando il medico ritiene improbabile una determinata diagnosi, può richiedere un esame per dimostrare di averla comunque considerata.

Rapporto difficile con il paziente

La mancanza di fiducia e una comunicazione poco chiara possono aumentare il rischio di conflitto. Il paziente che non comprende perché un esame non sia necessario potrebbe interpretare la mancata prescrizione come trascuratezza.

Carichi di lavoro elevati

Poco tempo a disposizione, turni pesanti, carenza di personale e difficoltà organizzative possono rendere più complesso approfondire la storia clinica e spiegare le decisioni.

Prescrivere un esame può sembrare più rapido rispetto a dedicare tempo alla valutazione, all’osservazione e alla comunicazione con il paziente.

Incertezza clinica

La medicina non è una scienza capace di garantire sempre risultati certi. Sintomi simili possono dipendere da malattie differenti e alcuni disturbi possono presentarsi in maniera insolita.

La difficoltà di accettare e comunicare questa incertezza può favorire il ricorso a esami aggiuntivi.

Pressioni dei pazienti

Talvolta è il paziente a richiedere insistentemente analisi, radiografie, risonanze magnetiche o farmaci. Il medico può finire per acconsentire per evitare discussioni o successive accuse.

Il diritto alla salute non coincide però con il diritto a ottenere qualsiasi prestazione richiesta. La prescrizione deve essere clinicamente appropriata.

Quali sono le conseguenze?

La medicina difensiva può avere conseguenze economiche, sanitarie e relazionali.

Aumento della spesa sanitaria

Esami, visite e ricoveri non necessari utilizzano risorse che potrebbero essere destinate ai pazienti che ne hanno realmente bisogno. Questo può contribuire all’allungamento delle liste d’attesa e all’aumento dei costi per il Servizio sanitario nazionale.

Rischi per il paziente

Un esame inutile non è sempre innocuo. Alcune procedure comportano esposizione a radiazioni, uso di mezzi di contrasto, effetti indesiderati, dolore o rischio di complicazioni.

Anche un semplice accertamento può produrre un risultato dubbio o un falso positivo, generando ulteriori esami, ansia e trattamenti che non sarebbero stati necessari.

Sovradiagnosi

La sovradiagnosi consiste nell’identificazione di alterazioni che non avrebbero mai provocato sintomi o compromesso la salute della persona.

La scoperta può portare a controlli, interventi e terapie inutili. Non significa che la diagnosi sia tecnicamente sbagliata, ma che non avrebbe portato alcun beneficio concreto al paziente.

Riduzione della fiducia

Quando il rapporto medico-paziente viene dominato dalla paura, la comunicazione rischia di diventare fredda e burocratica. Il professionista può percepire ogni paziente come una potenziale fonte di controversie, mentre il paziente può sentirsi poco ascoltato.

Disuguaglianze nell’accesso alle cure

La medicina difensiva negativa può rendere più difficile l’assistenza delle persone anziane, con disabilità, molte patologie o condizioni cliniche complesse.

Fare più esami significa essere più sicuri?

Non necessariamente. La sicurezza dipende dall’appropriatezza, non dal numero delle prestazioni.

Ogni test possiede limiti di sensibilità e specificità. Quando viene utilizzato in una popolazione con una probabilità molto bassa di malattia, aumenta la possibilità di ottenere risultati falsamente positivi.

Un risultato dubbio può richiedere ulteriori controlli, creando una catena di accertamenti che non porta un reale beneficio. La medicina appropriata consiste nel fare ciò che serve, nel momento giusto e per il paziente che ne ha bisogno.

Medicina difensiva e consenso informato

Il consenso informato non deve essere considerato semplicemente un modulo da firmare per tutelare il medico. È un percorso di comunicazione attraverso il quale il paziente riceve informazioni comprensibili su:

  • diagnosi o sospetto diagnostico;
  • obiettivi del trattamento;
  • benefici attesi;
  • rischi prevedibili;
  • possibili alternative;
  • conseguenze del rifiuto;
  • eventuali incertezze.

Una comunicazione chiara permette alla persona di partecipare consapevolmente alle decisioni e può ridurre incomprensioni e conflitti.

La firma del modulo non esonera automaticamente il professionista dalle proprie responsabilità. Allo stesso tempo, un risultato negativo non dimostra necessariamente l’esistenza di un errore: nessuna cura può garantire con certezza la guarigione.

La Legge Gelli-Bianco

In Italia il principale riferimento in materia di sicurezza delle cure e responsabilità sanitaria è la Legge 8 marzo 2017, n. 24, conosciuta come Legge Gelli-Bianco.

La legge stabilisce che la sicurezza delle cure è parte costitutiva del diritto alla salute e deve essere perseguita nell’interesse del singolo e della collettività. La sicurezza si realizza anche attraverso la prevenzione e la gestione del rischio clinico e l’utilizzo appropriato delle risorse.

La normativa disciplina diversi aspetti:

  • sicurezza delle cure;
  • prevenzione e gestione del rischio sanitario;
  • trasparenza dei dati;
  • responsabilità delle strutture;
  • responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie;
  • assicurazione obbligatoria;
  • tentativo di conciliazione nelle controversie;
  • linee guida e buone pratiche clinico-assistenziali.

Uno degli obiettivi della riforma è creare un equilibrio fra tutela del paziente danneggiato e serenità operativa dei professionisti.

Responsabilità della struttura e del professionista

La Legge Gelli-Bianco distingue, in linea generale, la posizione della struttura sanitaria da quella del professionista.

La struttura pubblica o privata che si avvale dell’opera del sanitario risponde delle sue condotte secondo le regole della responsabilità contrattuale. Il professionista risponde generalmente secondo le regole della responsabilità extracontrattuale, salvo che abbia assunto direttamente un’obbligazione contrattuale con il paziente.

Questa distinzione può incidere sull’onere della prova e sui termini entro i quali può essere esercitata l’azione. La valutazione concreta dipende comunque dal caso specifico e richiede l’intervento di professionisti competenti in responsabilità sanitaria.

Linee guida e buone pratiche cliniche

Le linee guida aiutano i professionisti a prendere decisioni fondate sulle migliori conoscenze disponibili. Non costituiscono però istruzioni automatiche da applicare allo stesso modo a ogni persona.

Il medico deve valutarne l’adeguatezza rispetto alle condizioni specifiche del paziente. Quando mancano linee guida pertinenti, assumono rilievo le buone pratiche clinico-assistenziali.

Seguire una raccomandazione senza considerare il singolo caso può essere inappropriato quanto ignorarla senza una ragione clinica.

La cartella clinica serve soltanto a difendere il medico?

La documentazione sanitaria ha innanzitutto una funzione assistenziale. Permette ai professionisti di conoscere anamnesi, esami, terapie e decisioni prese, favorendo la continuità delle cure.

Una cartella clinica completa deve riportare in modo comprensibile:

  • condizioni del paziente;
  • valutazioni effettuate;
  • esami richiesti;
  • terapie somministrate;
  • risposta ai trattamenti;
  • comunicazioni rilevanti;
  • consenso o rifiuto;
  • motivazioni delle principali decisioni.

Documentare correttamente non significa praticare medicina difensiva. Diventa un comportamento difensivo quando la produzione di documenti perde la sua utilità clinica e nasce esclusivamente dalla paura di una controversia.

Differenza tra errore medico e complicanza

Non ogni esito negativo è conseguenza di un errore. Una complicanza può verificarsi anche quando la procedura è stata eseguita correttamente e sono state adottate tutte le precauzioni necessarie.

Per parlare di responsabilità bisogna valutare condotta, nesso causale, danno e rispetto delle conoscenze scientifiche applicabili. La semplice insoddisfazione per il risultato non basta a dimostrare una colpa professionale.

Allo stesso modo, definire un evento come “complicanza” non esclude automaticamente la responsabilità. È necessario stabilire se fosse prevedibile, prevenibile e gestita correttamente.

Come ridurre la medicina difensiva

Il problema non può essere risolto chiedendo semplicemente ai medici di prescrivere meno esami. Servono interventi coordinati.

Tra le misure più utili troviamo:

  • migliore comunicazione tra medico e paziente;
  • formazione continua;
  • linee guida affidabili e aggiornate;
  • adeguata gestione del rischio clinico;
  • segnalazione e analisi degli eventi avversi;
  • personale e tempi sufficienti;
  • continuità assistenziale;
  • documentazione sanitaria chiara;
  • coperture assicurative adeguate;
  • percorsi di conciliazione;
  • educazione dei cittadini sull’appropriatezza.

È importante costruire una cultura nella quale l’errore venga analizzato per prevenirne la ripetizione, senza nascondere le responsabilità ma evitando anche automatismi punitivi.

Il ruolo del paziente

Anche il cittadino può contribuire a un rapporto più equilibrato. Durante la visita può chiedere:

  • perché l’esame viene prescritto;
  • quali benefici può offrire;
  • quali rischi comporta;
  • cosa potrebbe accadere non eseguendolo;
  • se esistono alternative;
  • quando è necessario ricontattare il medico.

Accettare che non sempre un farmaco o un esame siano necessari non significa rinunciare alle cure. Significa partecipare a una scelta basata sull’effettiva utilità clinica.

Medicina difensiva e medicina prudente sono la stessa cosa?

No. La prudenza è una componente fondamentale della buona medicina. Un medico prudente valuta i rischi, considera le possibili diagnosi e richiede gli approfondimenti necessari.

La medicina difensiva, invece, nasce quando la paura della contestazione prevale sul giudizio clinico. La differenza non è sempre evidente, perché la stessa prescrizione può essere appropriata in un paziente e inutile in un altro.

Conclusioni

La medicina difensiva è un fenomeno complesso che nasce dall’incontro tra incertezza clinica, paura delle controversie, problemi organizzativi e difficoltà nella relazione con il paziente.

Prescrivere più esami non garantisce automaticamente maggiore sicurezza. Al contrario, prestazioni non necessarie possono esporre a rischi, falsi positivi, sovradiagnosi e spreco di risorse.

Ridurre la medicina difensiva significa promuovere cure appropriate, sicurezza, comunicazione trasparente e fiducia reciproca. Il vero obiettivo non deve essere proteggere il medico dal paziente o il paziente dal medico, ma costruire decisioni condivise e fondate sulle migliori prove disponibili.

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